Desperados Tequila

Siausiau Suzuki

 I “Un pugno di sabbia, uno di fertile terra e spezie magiche
      

 II

“Sono da te tra dieci minuti. Ci sei?”

“Sì, sono qui .”

Il campanello. Uffa!!! e ora chi è… lui! no, porca p… proprio ora. Ma… già, sì, 5 minuti. E’ lui… Da dietro la tenda lo vedo, è lì, dritto, davanti a me. La sua figura è un’ombra a ridosso di questo cotone bianco e spesso, la rugosità del tessuto sembrerebbe accrescere la distanza offuscando il contorno della figura. Ma. La trama dirada, e riesco a dettagliarne le linee, a percepire la sua energia che mi percuote. Fermo. Aspetta come un soldatino, che io apra e gli dica di entrare. Lo vedo, non mi percepisce ancora. Rido, pensando alla sua fragilità sovrumana. Rido perché è una qualità inimmaginabile in un omone forte. Mi scopro in un angolo. Ci osserviamo per un istante, tanto istante da permettere a una mosca di passare attraverso il nostro sguardo, quindi, fissarci negli occhi e poi abbassarli. Lui con il sacchetto in mano per me, blu, di plastica biodegradabile; da caro amico che ha eseguito un ordine sembra dirmi, timidamente orgoglioso: “Vedi? Sono stato bravo, ho fatto tutto per te, per farti felice”, ha l’aria riposata, di chi si è scaldato al sole e ne ha fatta abbondanza, mettendone anche in riserva. La temperatura è fresca oggi, contrasta con il calore che mi conduce con il suo apparire.

“Terra, sabbia e spezie, ora vediamo se distingui qual è la terra dalla sabbia… le spezie hanno le indicazioni in portoghese…” ride, “…dovrai cercare su internet le traduzioni delle indicazioni…” a labbra strette gli regalo un sorriso ampio che sento arrivare a tirare tutta la pelle del volto.
La terra e la sabbia. Sono quasi identici, sì, ma riconoscibili… per me. Solo quando va via, ne prendo un pugno, preciso, provo a misurarlo nel mio, la sua mano è notevolmente più grossa della mia. La sabbia è ancora umida e la terra è friabile, ocra entrambe, terra di Siena, sembrerebbe. Ma non è, ci sono altre sfumature, differenti, quelle ricevute, nell’insieme caratteristico, entro l’acqua dell’oceano Atlantico e la terra compresa tra l’equatore e il tropico del Capricorno. Le spezie, tante. La gradazione tonale di tutti gli elementi pare derivare da una stessa base, fa pensare a delle foglie secche che bruciano, nell’atto stesso, sì, perché l’immagine è di vita, di fuoco che arde. E. Il colore dell’oro, il colore del sole che irraggia. Come. Il colore della sua pelle. Caldo. Rido! tremo … sento freddo, le mie mani sono ghiacciate.
“Ho freddo!”
“Ma dai! Non fa freddo.”
“Non ci credi? Allora sentile…”, allungo la mia verso la sua, che la tiene poggiata lungo il fianco, meccanicamente allontanandomi con il corpo, un attimo solo, la ritraggo nello stesso istante in cui il contatto avviene. Sorride e mi dice: “Hai il cuore caldo…” lo guardo, non rispondo. Grrrrrrrr (penso). Per un istante (ancora) ripetuto, i nostri occhi si scrutano. Questa volta è la mai testa a girarsi, il mio tronco, insieme, dandogli le spalle (forse sono arrossita, certamente sì).
In interminabili minuti, percorriamo l’uno dietro l’altro lo spazio breve che ci conduce al camino, mi segue, in silenzio, come in processione; percepisco il suo osservarmi, lo avverto nell’andare, e, sono sicura, che i suoi occhi scrutino ogni minimo dettaglio che fa di questo posto il mio rifugio. Ne sono certa. Sono certa che quando faremo il percorso inverso, per accompagnarlo nell’andare via da me, troverà qualcosa da toccare, esaminare con cura e, portare con sé, come sempre promettendomene la restituzione. L’uso associato all’abuso, per se un pezzetto del mio mondo, l’avere una cosa di me. Mi chiede: ” Posso?” ma è un: “Prendo!” esclusivamente riferito a oggetti di cui faccio uso per estraniarmi dal reale, come libri, film, musica e cibo. Rido. “Sì!” rispondo. Così si crea un andirivieni di Cibo. Mi chiede cibo, io gli regalo cibo, lui mi regala cibo, solido, liquido, qualche volta ed è vino.
“Vado vicino al fuoco” gli dico, e lui mi segue.
Sento eccessivamente freddo. Non riesco a riscaldarmi neanche seduta sullo scalino del camino, con le mani e il corpo tutto proteso verso il fuoco. Lui in camicia di cotone bianco. Io, abbigliata a cipolla, tutta nera, con canotta, golfino e scialle di lana. “Ahi!” le mani mi scottano e puzzano perfino di fumo di legna bruciata. Ma. Sento ancora freddo, ho i brividi sulla schiena… un notevole imbarazzo si è impossessato di me. Il tremore non mi abbandona, il tono della voce è calato considerevolmente, ora ho problemi anche a pronunciare le parole, come se le sillabe si separassero nel momento della pronuncia. Diavolo! che è? la sua assenza di corrispondenza di pensiero rivolto al noi? forse è quello. Guarda fuori, cerca di distrarsi, gioca con il cane, mi guarda e tace. Allora non è la temperatura esterna a essere calata! sono confusa. Non… “se per un’emozione molto forte si accendessero tutti insieme i fiammiferi che abbiamo dentro di noi, produrrebbero un bagliore così intenso, da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente… ” ora, la storia di Tita incisa con i miei segni a matita, è stretta nelle sue mani. Non tornerà a me, dice che questo libro resterà suo.

Le sue labbra si posano delicatamente sulle mie, a metà delle mie, sento il calore e l’umidità della sua bocca. La percepisco, resta impressa sulla mia, anche dopo, quando, piegatosi, fa per andarsene; anche quando è già via, anche ora che non c’è più. Mi chiedo stupidamente quanto tempo prima abbia baciato, forse, un’altra bocca. Stupida! …non importa, sulla mia c’è ancora il suo calore.

Conosco la sua fragilità, conosco la sua durezza, mi fanno tenerezza entrambe e mi fanno male anche, oggi di più male. No. Le spezie le terrò a dimora, oggi non sento di poterle usare, no, per nessuno, perché il mio pensiero corre a lui, e per lui no, non posso farne dono ad altri. Bene! Farò così. La terra e la sabbia no, li metterò distintamente in bolle di vetro, e li posizionerò in un luogo della mia casa da cui il mio osservare sia ricorrente, così da rammentare sempre quanto può contenere un suo pugno. A volte, quando sarà per me più forte il bisogno di lui, la possibilità immediata di infilare la mano a toccare il contenuto, chiudendo gli occhi, per sentire il calore della sua pelle che li ha avuti. Anche solo per quell’attimo di presa e messa nel sacchetto con cui mi ha fatto dono.
Continuo a chiedermi cosa ti rende evasivo e presente nella mia vita, continuo a chiedermi, in modo ricorrente, cos’è stato che ti ha spaventato così da lasciarti essere figura eterea di fronte a chi ti dice di amarti. Continuo ripetutamente a pormi questi quesiti, e oltre, e decido che non è più.
La sabbia, nel frattempo, si è asciugata dell’umidità dell’oceano, ora è meno compatta, è asciutta totalmente. Prendo i granelli tra le dita, li passo sulle mani, un po’ si attaccano alla mia pelle, li trattiene l’umidità del mio corpo, come quella che m’investe quando è vicina la tua presenza. Porto la mano pervasa di sabbia sul collo, sotto il mento, nell’incavo della spalla, sulla schiena. Scivolando di nuovo in avanti, piano, piano, immaginando che fosse la tua su di me, ne sento l’umidità e l’energia. Con un leggero, impercettibile, ruvido sfregare di pelle sulla pelle, tra granelli che erano nel tuo palmo, ecco, arrivo tra l’incavo dei seni e questi scendono giù a caduta libera.

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Informazioni su germogliare

Io mi ricordo di ieri. Vigorosamente penserò a domani, alla gioia condotta da un giorno nuovo. Io mi nascondo dietro al bianco e nero. Minuziosamente raccoglierò le sfumature dei colori, per farne scorta. L’anamnesi mi appaga e mi strazia.
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6 risposte a Desperados Tequila

  1. scudieroJons ha detto:

    La poesia che si effonde dal brano ci fa giungere estatici di fronte al percorso torrido e alla fuga precipitosa dei granelli di sabbia. Ma è solo un attimo. All’inseguimento!
    Ciao : )

    • germogliare ha detto:

      Carme VII, Catullo
      Quanto grande è il numero dei granelli di sabbia
      Mi chiedi quanti tuoi baci, Lesbia, mi bastino e mi avanzino. Quanto grande è il numero di granelli della sabbia libica giace a Cirene ricca di silfio tra l’oracolo infuocato di Giove Ammone ed il sacro sepolcro dell’antico batto (Callimaco); o quante numerose stelle, mentre è in silenzio la notte, contemplano gli amori segreti degli uomini: per Catullo pazzo d’amore basta e avanza che tu lo ricopra di tanti baci, che i curiosi non possano contarli con esattezza, nè le male lingue possano scagliare il malocchio.
      Ciao : )

  2. aitanblog ha detto:

    Oggi è un giorno che dovunque navighi ci incontro il Brasile. Sarà un segno del destino…

  3. Isaac ha detto:

    “se per un’emozione molto forte si accendessero tutti insieme i fiammiferi che abbiamo dentro di noi, produrrebbero un bagliore così intenso, da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente… ”

    sono rari i momenti in cui il bagliore ci permette di vedere TUTTO da una sola e unica angolazione, ogni cosa diventa priva di ostacoli, come un piano senza limiti …. e quando la luce svanisce spetta a noi dimenticarci di quello che si è visto o piuttosto combattere per ciò che si è visto.

    Fino a quando la luce tornerà ancora … e ancora…..

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