“Dentro” al dipinto

Intervistatrice: “Come fa a capire quando ha finito un quadro?” Pollock: “Come fa a capire quando ha finito di fare l’amore?”

“Se la gente lasciasse i preconcetti a casa e guardasse i miei quadri non credo che avrebbe difficoltà ad apprezzarli,è come guardare un prato fiorito non ci si strappa i capelli per capire che significa.”

“Resta una cosa sacra x te.
Non si tratta di offendere qualcuno o cose del genere. E’ la tua arte. Tu non cancelli la tua arte”.

“Quando sono dentro i miei quadri, non sono pienamente consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo un momento di presa di coscienza mi rendo conto di quello che ho realizzato. Non ho paura di fare cambiamenti, di rovinare l’immagine e così via, perché il dipinto vive di vita propria. Io cerco di farla uscire. È solo quando mi capita di perdere il contatto con il dipinto che il risultato è confuso e scadente. Altrimenti c’è una pura armonia, un semplice scambio di dare ed avere e il quadro riesce bene. ”

Jackson Pollock

Cody, 28 gennaio 1912 – Long Island, 11 agosto 1956
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Io mi ricordo di ieri. Vigorosamente penserò a domani, alla gioia condotta da un giorno nuovo. Io mi nascondo dietro al bianco e nero. Minuziosamente raccoglierò le sfumature dei colori, per farne scorta. L’anamnesi mi appaga e mi strazia.
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22 risposte a “Dentro” al dipinto

  1. rodixidor ha detto:

    Quando ho raggiunto l’orgasmo?

  2. rodixidor ha detto:

    Si rimane a bocca aperta al mostrarsi della bellezza da ammirare, da contemplare in silenzio senza poter aggiungere niente di fronte alla luce. Ovviamente parlo del profilo di Julia Roberts …

  3. Isaac ha detto:

    ci sono alcune opere d’arte che ti colpiscono senza un reale motivo, credo che sia dovuto al fatto che illuminano una parte piu’ istintiva della persona e su queste non c’e’ nulla da fare.

    altre opere invece necessitano di una guida, magari dello stesso autore.. che tramite le sue parole ti conduca attraverso la sua opera e ti aiuti ad esplorarla … forse e’ quello che avrebbe dovuto fare lui … no ?

    • germogliare ha detto:

      Isaac, molto dipende dai preconcetti che si hanno, come sostiene anche lui. Ancora oggi si è abituati a pensare all’arte come il “riflesso interpretato” della realtà, e più è fotogenicamente bello il risultato e più funziona. Si deve capire, per forza? no. Il titolo dell’opera, l’anno e pochi piccoli dati possono bastare, poi, dare concentrazione e prendere l’emozione regalata, questo quanto. La lettura interna e completa dell’opera invece ha necessità di basi più profonde, ma non è per tutti, richiede maggiore impegno/ricerca e apertura mentale. Pollock non è mai stato avaro nel raccontarsi e nel donarsi anche attraverso la parola, bisogna saper ascoltare. “Jachson Pollock, Lettere, Riflessioni, Testimonianze”, edizione SE

  4. gialloesse ha detto:

    L’opera dovrebbe da sola badare a se stessa. Non dovrebbe necessitare di alcuna guida, men che meno di quella dell’autore. Secondo me ci si pone troppe domande davanti a un quadro, il quale dovrebbe soltanto piacere o no, suscitare emozioni più o meno intense ( charamente dipendenti dalla sensibilità di chi lo osserva ) e rendere visibile. Tutto il resto é magniloquenza. Il fatto di volere capire a tutti i costi é proprio il fattore che più di ogni altro allontana dalla sua comprensione.

    • germogliare ha detto:

      Sono daccordissima con te, se parliamo di un pubblico abituato ad andare per mostre (nel senso ampio), abituato all’osservazione delle immagini artistiche, per essere più precisa. Se l’opera funziona la comunicazione arriva, magari in parte, nonostante non ci siano didascalie. Ma quando l’opera è rivolta alla massa e si prefigge il compito di documento pubblico, allora diventa un dovere per l’artista parlare del suo lavoro, accompagnare il fruitore alla lettura della stessa e condurlo per mano a scoprire i dettagli nella ricerca artistica.

  5. egle1967 ha detto:

    Io credo che se l’arte, l’opera d’arte diviene uno strumento attraverso il quale vuoi comunicare qualcosa di preciso, è necessaria una spiegazione, a meno che non sia riconoscibile alla massa, e in questo caso se l’autore non lo fa, di solito mi fa imbestialire, perchè significa che vuole diventare lui stesso un’opera d’arte da ammirare, elevando la sua presuntà “divinità” ad una circoscritta cerchia che diventa solo in questo modo “elitaria”.( vedi Cattelan)
    Ma quando l’opera d’arte non è il mezzo , ma il fine e il mezzo diventa l’autore le parole di Pollock diventano sacre ed io le sottoscrivo in pieno…..magnifico Pollock e il film ancora di più…

  6. gialloesse ha detto:

    Si, l’opinione di egle1967 é in parte condivisibile. Ma resto dell’idea che l’opera dovrebbe reggersi da sola. Non posso tuttavia tradire il mio pensiero secondo il quale se non si comprendono a fondo alcune importanti opere, tra le quali l’orinatoio di Duchamp per fare un esempio estremo, non si posseggono gli strumenti mentali e intellettuali sufficienti per porsi criticamente di fronte un’opera d’arte. Usufruirne é naturalmente un’altra cosa, assulutamente lecita, giusta e necessaria direi, per ogni essere su questo pianeta. Importa quindi ciò che l’opera trasmette e l’emozione o la conoscenza che nel pensiero dello spettatore suscita, anche se tutto ciò nulla ha a che fare con le intenzioni di chi ha creato. Quando il quadro esce dallo studio del pittore e viene esposto in un museo o in galleria, quella specifica opera d’arte é finita, non esiste più. E’ diventata l’opera d’arte di chiunque vi si ponga dinanzi.

    • germogliare ha detto:

      Ecco, precisiamo che bisogna dividere l’atto critico lasciato agli addetti ai lavori, a coloro che alimentano il mondo dell’arte e la semplice fruibilità data al pubblico generale. L’artista ha il solo dovere di donarsi nel suo lavoro, nella creazione deve impastare conoscenza e anima, senza remore. E’ un parto, e dici giustamente, che quando l’opera esce dallo studio dell’artista esso deve reggersi da sola, ma l’artista deve essere onesto nel voler comunicare con il pubblico e non realizzare un’azione autoreferenziale (salvo che sia proprio lì nascosto il suo fine).

  7. Egle1967 ha detto:

    Sono d’accordo che ci debbano essere degli strumenti mentali e intellettuali,di un certo tipo per porsi in maniera critica.e questo vale per opere concettuali , per quelle astratte…di ogni genere! E piu’ i riferimenti culturali hanno ramificazioni diversificate e piu’ la provocazione iniziale di un’opera concettuale assumera’ una collocazione precisa nell’immaginario del pubblico. Ma stando proprio su opere concettuali, credo che l’aspetto estetico diventi in se’ la provocazione stessa lanciata dall’autore che, finche’ non verra’ colta in maniera definitiva dai critici, non sara’ compiuta.
    Ed io penso che sia in questo caso, consapevolmente incompiuta…come se potesse portare ad unica lettura che pero, si sospende (n on pronunciandosi l’autore).
    Sara’ sicuramente un mio limite…mi dicono spesso che non riesco ad accettare di non capire qualcosa ed e’ forse cosi’, ma io mi intestardisco e ci provo,
    E poi le opere di Pollock sono libere, e ti ridanno sensazioni belle , di pura libertà, di possibilita’ di opportunita’ sono un inno alla vita, mentre quelle concettuali sono sempre piu’ legate ad aspetti cupi e problematici…guarda le opere di Hirst, il teschio o la fila di incubatrici con dentro agnelli decapitati.si, provocano uno shock intellettuale, fanno pensare, ma sono sempre opere cupe, tristi, chiuse nella gabbia della morte.
    Grazie del confronto che mi aiuta a capire!

    • germogliare ha detto:

      Assolutamente è necessario avere degli strumenti opportuni per poter leggere nella sua totalità un’opera d’arte moderna o contemporanea, questo perché spesso sono lavori che parlano della società, della politica, spesso sono lavori di denuncia. Dal novecento l’arte ha iniziato a rompere gli schemi, scendendo in campo. Questo bisogna saperlo per comprendere anche marginalmente il lavoro di Manzoni (merda d’artista), Burri (le combustioni) ecc… Duchamp poi, lui come Pollock, ulteriormente hanno assestato un altro colpo al mondo classico. Duchamp dice “la vita è arte” e decide di abbandonare tutto e dedicarsi agli scacchi; Pollock, in un momento di gloria abbandona la sua pittura e lavora sull’azione, pensando ai riti propiziatori indiani, decide che l’energia interna è quella che deve realizzare sulle tele. Gli artisti si raccontano con il loro lavoro, noi ci predisponiamo ad accogliere ciò che ci si pone di fronte. Non può esserci colpa nostra se l’opera non comunica nulla, probabilmente l’artista pensava a sé e al mondo dell’arte, ma ti giuro che tante cose non le capisco neanche io (Giuro!), naturalmente non sono una max esperta, ho i miei limiti, e davanti ad un ‘opera incomprensibile non mi scompongo, probabilmente non ho le basi giuste per comprendere.
      Il confronto aiuta in ogni campo…abbracci!

  8. iraida2 ha detto:

    Bella discussione, mi fa venire in mente la diatriba sugli “squartatori di poesie” che a scuola (ahinoi) insegnanti facciamo. Si prende una poesia, la vivisezioniamo, ci buttiamo sul testo, ne facciamo un’analisi metrica, sintattica, di significato, ci chiediamo “che cosa ha voluto dire il poeta?” col risultato che, sotto gli occhi, gli studenti si ritrovano un oggetto smontato che ha perso la sua forma originale e, nel caso della poesia, parole vuote che non sono capaci di emozione più nessuno. E così succede che Benigni reciti Dante e tutti a domandarci perché a scuola, invece, il poeta fiorentino ci stava sulle scatole.
    Il discorso andrebbe portato oltre le mie considerazioni, perché mi rendo conto anche che la pittura è un mezzo espressivo differente da quello letterario ma, se ci pensiamo, il parallelo non è del tutto fuori luogo.
    Io, in ogni caso, sono molto vicina a ciò che pensa gialloesse.
    Un saluto caro.

    • germogliare ha detto:

      Quando si discute di cultura è sempre bello, costruttivo e interessante. Brava, è esatto il termine vivisezione, ciò che distrugge l’aura di un’opera è la vivisezione, che va bene se resta circoscritta agli addetti ai lavori, buono per i teorici dell’arte, quelli che si accollano il dovere di raccontare ai posteri, facendo anche atto critico. Però, mi viene un esempio, Argan che scrive libri e libri sul “grigio” della Cappella Sistina e poi si scopre che Michelangelo l’aveva fatta a colori.
      Credo che la differenza tra letteratura e pittura sia solo nella tecnica espressiva, sono arti entrambe e considerano la creatività che tiene l’anima. E quando queste arti sono scomposte e analizzate come in un laboratorio scientifico perdono di carisma, ma uguale avviene quando l’egocentrismo dell’artista prevale sul valore dell’opera, specie se quest’ultimo è povero di contenuti.
      Saluti e baci

  9. gialloesse ha detto:

    Non immaginate nemmeno quanto io sia felice di questo scambio di colte opinioni che mi coinvolge. Del fatto di venire seriamente preso in considerazione e compreso. Vi ringrazio per questo, sinceramente e dal profondo del cuore. Faccio il reporter, ma nonostante ciò alle volte passano lunghi mesi senza che io “parli” con qualcuno.

    • germogliare ha detto:

      Certe volte accade che ci si ritrovi, come per magia, in un luogo inimmaginabile con persone inimmaginabili in situazioni ideali…certe volte accade! fortunati noi. La ricchezza della “parola” corrisposta non non ha prezzo e quindi meglio calibrarne l’uso, anche perché quando capita di poterne godere pure per pochi minuti, si viene poi ripagati di mesi di silenzio.
      Buonafortuna

  10. Pannonica ha detto:

    «Un quadro in un museo è forse la cosa al mondo che ascolta il maggior numero di osservazioni stupide» (Edmond e Jules de Goncourt)

    Ho letto post e commenti con avidità. Ne è venuta fuori una splendida discussione, un confronto vero che ha arricchito tutti quelli che vi hanno partecipato anche in silenzio. Questo blog è uno di quelli che frequento con più voglia. 🙂
    Non ho molto da aggiungere. Mi trovo più allineata con gialloesse ma anche con tutti gli altri, perché ognuno ha scritto cose che personalmente condivido e che non sto a ripetere con altre parole.
    Le arti (tutte) sono espressioni dell’anima creativa di chi scrive, dipinge, suona etc. La poesia non è fatta solo di parole ma anche di suoni, di colori, di pezzi di marmo scolpiti che vivono di vita propria. Mi vengono in mente le parole di Troisi nel film Il Postino: “La poesia non è di chi la scrive ma di chi gli serve”.

    • germogliare ha detto:

      ” Bisogna prendere le cose come vengono. Che cosa importa la forma o il colore? Credi che possano essere migliori altrimenti quando è così che hanno attirato la tua attenzione? Invece d’accettare ciò che si presenta davanti ai tuoi occhi così com’è, e di disporti ad apprezzare, se non a scoprirne le qualità, tu ti affanni a stabilire dei giudizi con le manie che ti hanno inculcato, privandoti del piacere di contemplare la realtà.” Pablo Picasso

      …saluti e baci

  11. allegramalinconica ha detto:

    Ho capito che adoravo i suoi dipinti proprio quando ho cominciato a provare ciò che provava lui quando finiva di dipingere. Credo che le sue opere rispecchino esattamente l’ordine del caos della nostra mente.

    • germogliare ha detto:

      L’esperienza diretta è la migliore formula, per entrare a più stretto contatto con la comprensione del legame tra l’artista e l’opera.
      Ed è un bel caos, che comunque segue un suo preciso ordine 🙂

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