Il cielo disegnato con la biro blu

Jan Saudek

Jan Saudek

Amo la pittura, questo Giulio me l’ha trasmesso tutto, con il suo preponderante vigore coinvolgente. Amo impiastricciarmi di colori, ritrovarmi le macchie sulla pelle.  Amo vederlo depositato nelle pieghe delle dita e poi sentirne l’odore aspro, dell’olio e della vernice sulle mani. Amo le mani che sembrano più grandi quando hanno lavorato molto, imprimendo l’energia sulla tela.

Prima di scorgere la sua figura, a me era arrivato il suono dell’incidere del suo passo a terra con un andare sicuro, il piede che toccava il suolo impossessandosene, tutto mi creava una sorta di fascino, curiosità e timidezza. Elegante, brillante, sfacciato nell’esternazione delle sue abilità (un uomo che non immagineresti mai in imbarazzo, infelice o… in tuta, tantomeno in pigiama).

Non ho mai capito cosa lo abbia fondamentalmente portato a concentrare la sua attenzione su di me. Forse quel mio rappresentare esattamente il classico prototipo di femmina mediterranea (?!), con forme generosamente delineate, bisbetica, docile, rude, tenera, roccia a tratti friabile.

La sua abilità di comunicatore gli permetteva di sapere esattamente come concedermi attenzioni precise, pur restando apparentemente estraneo all’aria che mi circondava.  La debita distanza, che imperturbabilmente dirigeva le giornate in cui dividevamo gli spazi comuni di lavoro, a breve sarebbe crollata. Pensiero premonitore. Ne ero certa! Niente all’evidenza faceva credere che potesse esserci un legame tra di noi, solo io sapevo che il suo sguardo scrutandomi, avvolgendomi, entrava all’interno sciogliendo ogni mia inibizione; lo percepivo anche dietro di me, distante dalla vista. E la vita con gli altri avveniva fuori da quella sfera, ne erano esclusi.

Jan Saudek

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Paolo dopo un po’ di tempo lo intuì. Era certo che avevo una storia, i suoi occhi mi leggevano dentro. Un giorno m’invita a pranzo fuori, dicendomi che doveva parlarmi, mi conduce, passeggiando tranquillamente, senza fretta, per stradine estranee alla folla, in una piccola trattoria; strano per me e lui alla continua ricerca di sostentamenti, la cosa m’incuriosiva e mi preoccupava anche. Non avevo mai pensato che l’affetto che ci legava andasse oltre, quindi no, non era per una grande rivelazione intima il motivo dell’invito. Paolo amava due cose, la musica e le stelle, mentre mangiamo e chiacchieriamo mi tira fuori un grande foglio a quadretti, con linee che s’intersecano, parallele, grafici e scritte fatte con una biro blu. Gli chiedo: “Cos’è?” “Il tuo cielo…”, mi risponde.  Ride, rido. “Ma dai! Vero? Non ho mai visto un quadro astrologico. E questo è il mio? Che dice?” Rido. Si fa serio.

Paolo aveva un viso delicato, capelli biondi, un po’ lunghi, arruffati sempre, e si trascinava dietro, con la schiena un po’ curva, un’aria melanconica con un timido accenno di sorriso, certe volte per la sua insita educazione, altre volte per piacere. Sempre, quando lo guardavo, avevo l’impressione che la sua musica gli suonasse dentro, che solo lui potesse ascoltare, come sottofondo alla realtà che lo accomunava con tutti noi. Tira un sospiro e dice: “ C’è una storia molto complicata, con un uomo che… complicato come tuo padre del resto…” Me lo aveva predetto con i suoi calcoli astrali, una storia che mi avrebbe reso la vita difficile, una storia non semplice. Non fatta per me. Avrei voluto parlargli, raccontargli, chiedergli consigli, invece mi limitai ad ascoltare i suoi ragionamenti sul significato del grafico.  Il suo garbato intuito lo portava a non entrare in me, ma si limitava a essermi accanto, delicatamente. Il tempo lo passammo a saltellare tra una casa astrale e un pianeta. Qualche giorno dopo. Lo incontrai. Ero con Giulio. Per caso, ci vide da soli, per strada, a chiacchierare animatamente, e giocando, io ridevo, facevo per andarmene, Giulio mi prendeva le spalle e mi faceva fare un giro su me stessa per riprendere il cammino insieme. Paolo era seduto sugli scalini di Santa Maria Novella, a pensare, osservava i passanti, come faceva solitamente, incontrò con la vista noi, bastò una sua occhiata ed io con un sorriso imbarazzato lo salutai, asserendo con lo sguardo, non mi disse mai nulla a parole. Lui, studente fuoricorso al conservatorio, passava tutto il tempo che poteva a studiare l’astronomia e suonare il pianoforte… era stata la capacità percettibile del suo riuscire a scrutare anche dentro le persone ad affascinarlo a me; in quel modo aveva scoperto la storia con cui mi sarei complicata la vita e fino allora segreta a lui. Non avevo bisogno delle sue definizioni verbali per sapere cosa ne pensasse…la mimica facciale bastò!

Beethoven Moonlight Sonata mvt.1 / Glenn Gould

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Informazioni su germogliare

Io mi ricordo di ieri. Vigorosamente penserò a domani, alla gioia condotta da un giorno nuovo. Io mi nascondo dietro al bianco e nero. Minuziosamente raccoglierò le sfumature dei colori, per farne scorta. L’anamnesi mi appaga e mi strazia.
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73 risposte a Il cielo disegnato con la biro blu

  1. odinokmouse ha detto:

    Sofisticatamente spontanea (è il commento che mi scappa senza aver finito di leggerlo.) Splendido.

  2. biobioncino ha detto:

    adina.. che bella sensazione che mi hai lasciato..!! la descrizione di te mi ha affascinato buona serat..kiss :lol:)

  3. tramedipensieri ha detto:

    Bella storia, bello tutto…e questa amabile atmosfera ..che si percepisce ….. 🙂

    buon domani
    .marta

  4. melodiestonate ha detto:

    bella la storia affascinanti le immagine….complimenti………Sara

  5. Egle1967 ha detto:

    Dovrei scrutar le stelle piu’i a lungo di quanta gia’ faccia..non a cercar futuro, ma a capire il presente..un bacio forte e un disegno blu. ( l’ ho fatto davvero,) .

    • germogliare ha detto:

      Egle, sì, credo anch’io che serva più scrutare il presente invece di cosa è scritto del futuro… così da poterci lavora un po’ a plasmarlo a nostro piacimento ‘sto futuro. Ti abbraccio, cara amica. (lo voglio vedere). A presto!

  6. bakanek0 ha detto:

    Ci si sporca le dita di colori, di vita, di errori. Disegnando noi stessi. Baci tanti, fossette belle.

    • germogliare ha detto:

      Qui, cara la mia amica adorata Baka, qui dicevo (che intanto mi sono persa…), se continuo a lavorare con queste tecniche, mi sa che tiro fuori un vero capolavoro di opera d’arte. Bacieabbracci

  7. tilladurieux ha detto:

    Ti sento un’energia diversa. Ma oggi riesco a comprenderti molto meglio. Quello che scrivi assume diverse valenze, come se potessi con lenti nuove guardarti la realtà. Ed è ancora più vivida e colorata. Forse sai perchè.

    • germogliare ha detto:

      Sarà quell’angioletto lassù che ha tirato un calcio alla nuvoletta fantozziana? Tanto lo so che mi hai raccomandata, cara.
      Ma le lenti non avrebbero nessun potere visivo se si tenessero abbassate le palpebre. E poi ci sono quelli che vedono anche se gli occhi sono chiusi: te ad esempio. Sai perché. Baci

  8. wolfghost ha detto:

    Caspita! Ma bravissima! Un racconto scritto benissimo, con estrema eleganza anche 😉

    http://www.wolfghost.com

  9. Erre ha detto:

    Se ti dico che ho i brividi non mi credi. Okay, faccio come Paolo, non parlo e osservo.

  10. rodixidor ha detto:

    Racconto, ricordi, emozioni, colori … Che aggiungere ? Bello leggerti.

  11. ludmillarte ha detto:

    ci son persone la cui mimica facciale non riesce a nascondere nulla (io ne faccio parte). credo che capiti di frequente l’essere incredibilmente attratti da persone ‘che ci complicheranno la vita’ (a questo proposito ti comunico che ho reso noto il “mio anonimo”). bello leggerti e impiastricciarsi di colori 😉

  12. stileminimo ha detto:

    A sto fatto delle stelle… non so, mah… ci sarà del vero?

    • germogliare ha detto:

      Ecchetidevodi’! Ci credi se ti dico che Paolo azzeccò ogni particolare del carattere e della forma, delle situazioni? Era tutto descritto nelle posizioni delle stelle… Non ti parlo di oroscopo. Quindi non so…ma certo che gli antichi ne sapevano di sicuro, loro le stelle le conoscevano forse anche meglio di noi oggi.

      • stileminimo ha detto:

        Direi di togliere pure quel “forse”. Gli antichi ne sapevano più di noi in moltissime cose e a volte penso che se noi non avessimo dimenticato quel tipo di sapere avremmo provocato molti meno danni a noi stessi e a questo martoriato mondo. Poniamo che Paolo ci azzecchi… che ci si fa con il futuro in mano? Lo si ignora in favore di un presente rassicurante? 😦

      • germogliare ha detto:

        Ma no, lui del futuro non parlò (non ricordo), lui nelle stelle vi leggeva il passato e il presente. Non era un veggente. Poteva supporre solo a breve termine come le stelle si sarebbero spostate. Ora, mi dico: se ci occupassimo con più attenzione di vedere com’eravamo e come stiamo, potremmo ragionare con coscienza e meglio sul da farsi per il futuro.

      • stileminimo ha detto:

        Sai che ti dico? Il tuo ragionamento on fa una piega, purtroppo le nostre reazioni non sono razionalmente indirizzabili. Noi possiamo essere consapevoli di ciò che è nocivo per noi stessi, perchè ne abbiamo esperienza; possiamo addirittura capirne le orgini recondite, sapere da quale meandro della nostra anima deriva un certo nostro timore, un certo nostro comportamento, modo di pensare, di essere, ma questo non è sufficiente per “cambiare la direzione”. La razionale consapevolezza ha spesso poco a che vedere con i fulcri che ci muovono.

      • germogliare ha detto:

        Infatti, dici bene, ed è per questo che pur ragionando o conoscendo le dinamiche, continuiamo a sbagliare. A volte per caparbietà, a volte per incoscienza ma si persevera negli errori. Come siamo fessi però! Ma forse è proprio questo però che ci rende umani.

      • stileminimo ha detto:

        Credo in tutta sincerità, e cerco di spiegarmi meglio, che non è che siamo fessi, o caparbi; se così fosse il nostro essere così “piccoli” sarebbe sempre frutto di una scelta consapevole. Invece no: credo che ci sono delle forze in noi che non abbiamo i mezzi per controllare, non con la mera ragione perlomeno. Credo che non abbiamo nemmeno i mezzi per conoscerci a fondo e veramente, che abbiamo dei limiti che forse un giorno sapremo superare, ma che per il momento ci relegano nella nostra pochezza individuale e collettiva. Se questa può esser detta “condizione umana”, allora sì, allora il nostro essere umani sta nei limiti che in parte, pur appartenendoci, nemmeno sappiamo riconoscere. Ma è un dovere tendere oltre, se non altro perché questa pochezza ci sta portando in un baratro senza ritorno, anche se non ne siamo consapevoli.

      • germogliare ha detto:

        L’autocoscienza è quella condizione che fa bene sperare nella’azione, che come dici tu, conduce a tendere oltre. Ma l’autocoscienza richiede un sacrificio tale da non essere alla portata di tutti, non si compera, non si eredita e non riguarda il livello socio-culturale. Quanti sono disposti a guardarsi dentro, per cosa poi, per fare un mondo migliore? Prevale da sempre, dalla notte dei tempi nell’uomo, lo spirito di sopravvivenza inteso al singolo, a sé stessi, ecco perché dico che siamo fessi, veramente non impariamo nulla dall’osservazione della natura. E non credo che non ne siamo consapevoli, semplicemente, come nel gioco della palla avvelenata, lanciamo ad altri il problema. Senza generalizzare, perché ci sono persone che si prodigano per la condizione umana.

      • stileminimo ha detto:

        L’errore, uno degli errori, forse sta proprio nel prodigarsi per la condizione umana, dimenticando che l’umano senza il Mondo che lo ospita non è nulla, non sarebbe nulla. L’umano non è il centro dell’universo; ne è solo una minima parte, dannosa per se stessa e per il contesto che lo ospita, quando non insignificante. Porre attenzione a se stessi equivale a porre attenzione al mondo che ci ospita, e viceversa. Il vero sacrificio che si sta compiendo è quello della specie tutta a favore di un nulla vuoto, inutile, nonché estremamente dannoso e no, non c’è nulla di semplice, di facile, di non faticoso, ma contrastare questo processo è un lavoro che va compiuto, che va portato avanti, non per sè stessi, ma per l’amore che si può provare per il Tutto. Tu mi chiedi chi ce lo fa fare? L’istinto di autoconservazione potrebbe essere la risposta. E non è vero che dalla notte dei tempi prevale lo spirito di sopravvivenza inteso in senso esclusivamente egoistico; alcune civiltà del passato lo dimostrano. Il punto è che ad un certo punto ci siamo persi, questo è, e c’è la necessità di una grande concentrazione introspettiva per ritrovarci e questa non si può ottenere in un mondo che spinge alla frenesia, all’isterismo, allo snaturarsi continuamente, sottoponendosi a ritmi che non ci sono propri, che ci sfi9brano e ci fanno ammalare, volendo inseguire una tecnologia che va mille volte più veloce di noi che l’abbiamo creata. E’ una gara stupida, persa in partenza. E’ necessario rallentare, tornare a noi nel senso più concreto e collettivo del termine.

      • germogliare ha detto:

        L’umano senza il Mondo non esisterebbe, ma non tutti lo sanno, chi straparla di esercizi spirituale mentre sorseggia una cocacola, ad esempio non ci pensa proprio. Questa terra abbiamo, non un’altra, che comunque a me sta a cuore tutto l’universo. Io non saprei fare altro, e non so se per spirito di autoconservazione o coscienza, chiamiamola in qualsiasi modo non m’importa. L’elogio della lentezza, ben venga, vivo in campagna e io e te sappiamo di cosa stiamo parlando. Solo non me la sento di colpevolizzare il questo mondo astratto che spinge alla frenesia, siano noi, i singoli, uno ad uno, con nome e cognome doverci assumere delle responsabilità verso questo pianeta e chi lo abita. Questo mi fa certamente incazzare. Giorni fa ho fotografato due formicai, per caso, bellissimi… e le maestre portano i bambini in visita allo zoo, parlando di ecologia e rispetto degli animali. “E’ una gara di stupidità persa in partenza.” Hai ragione. Eppure mi dissocio, anche da sola corro.

      • stileminimo ha detto:

        Correre da soli forse non è efficace, perchè le masse corrono in massa e stanno calpestando il meglio, irreparabilmente. E fermarle dal di fuori è utopico; è necessario seminare il dubbio e la conoscenza dall’interno, insistentemente, con fatica, con costanza. Lo si può fare con i mezzi che si hanno, lo si può fare con l’Arte per chi ha talento e idee, lo si può fare scrivendo, lo si può fare tenendo un blog, o più di uno, parlando, coltivando conoscenza e divulgando… lo si può fare. Ma non può essere efficace se non c’è interazione, anche indiretta, ma è necessaria.

  13. Come sono curiosi i flussi di ricordi e di emozioni. La “Chiaro di Luna” la studiai per la mia prima donna. Avevo diciassette anni. Mi rivedo, in parte, nel racconto che hai fatto, Londra e non Firenze…
    E quella interpretazione di Gould mi ha sconvolto. Dopo quarant’anni me l’ha fatta ascoltare in un altro modo. Altre storie raccontate dalla sua versione. Un’altra storia raccontata dalle tue righe

    • germogliare ha detto:

      “la studiai per la mia prima donna”, questa frase non puoi lasciarla così, chiedo il seguito, il prima e il dopo. Londra… e qui sei tu che dai lo spunto ai i miei di ricordi…
      Di Gould cerco da un po’ notizie e c’era anche un video su youtube che avevo visto, riguardante l’esibizione in cui restò fermo per alcuni minuti, seduto al piano con le mani sui tasti. Potresti aiutarmi? Grazie grazie

      • Il video di cui parli potrebbe essere tratto da “32 short films about glenn gould”. Lo vidi tantissimi anni fa e mi pare ci sia una scena simile, che rappresenta il suo travagliato rapporto con i concerti. Ma sei sicura invece che non sia John Cage in 4′ 33″ quello che tu ricordi?
        Quanto al resto, posso completare dicendo che studiai altri brani in seguito, e poi smisi di suonare. La musica interna aveva aspettative sproporzionate per ciò che riuscivo ad eseguire.

      • germogliare ha detto:

        Grazie! Sono certa sia Gould perché vidi per caso quel video su Youtube quando ero in Canada (lui era canadese). Il video era in primo piano. Ma ora non riesco più a trovare nessuna traccia su internet.

      • gelsobianco ha detto:

        Cercherò quel video!
        Se lo trovo, te lo indico.
        Lui non amava i concerti, aveva un rapporto molto difficile con il suonare in pubblico.
        Gould… un Artista Raro… un Genio, forse… un uomo decisamente diverso e non comune…

      • germogliare ha detto:

        Grazie, cara!Baci
        Buonecose

  14. penna bianca ha detto:

    Molto bello. Bravissima. un abbraccio

  15. il barman del club ha detto:

    la cosa bella di questo scritto è che parte come un quadro e finisce come una musica, un insieme di melodie personali che scivolano lievi fra le varie sequenze della storia, e che rivelano come un breve scambio di sguardi possa definire un intero discorso. Il finale sospeso è il nostro intreccio di emozioni che lascia aperte tutte le possibilità…

  16. gelsobianco ha detto:

    Emozione grande mi hai regalato.
    Uno sguardo può muovere tutto.
    Il non-detto parla più del detto.
    Gli occhi si incontrano e nasce di tutto.
    Ho visto te, Giulio, Paolo, le vostre diversità, le vostre somiglianze.
    Quanti colori nel tuo scritto. Quante note musicali.
    E la fine non è definita. Perfetta chiusa!
    Le emozioni scivolano tra le nostre mani. Dove andranno? Così è la vita.
    Brava, Germoglia!
    Ascolto Gould quasi ogni giorno e sempre mi dice qualcosa di nuovo.
    Questa sonata… quante volte da me studiata! (mi è venuta una rima!)
    Che bel titolo, Adi cara.
    Ancora brava! Brava!
    Abbraccitanti
    Sorrisovero
    A

    • germogliare ha detto:

      Così è la vita… per chi vuole viverla la vita e per chi (dalla tua parte) ha le basi o il desiderio di capirla.
      Non ho mai creduto che certe emozioni possano realizzarsi a senso unico.
      Un sorriso sincero

      • gelsobianco ha detto:

        Mai a senso unico, Germoglia!.
        Mai.
        Tu sei molto brava nel far sentire tutto questo!
        Abbraccio e sorriso
        gb

  17. Nicola Losito ha detto:

    Non ho letto gli altri commenti per non farmi influenzare nel giudizio.
    Quello che posso dire da lettore è che hai saputo pennellare con delicatezza e sicurezza questo trancio di vita personale.
    Complimenti.
    Nicola

  18. massimolegnani ha detto:

    un’artista tra due uomini.
    c’è molta fisicità, molto contatto del tuo corpo con ciò che ti circonda, che siano i colori, la pittura, il suolo o un uomo, percepisco questo tuo “candore epidermico” molto poetico.
    può darsi che Paolo abbia scoperto le tue emozioni, la tua attrazione per l’uomo (un altro uomo) attraverso lo studio degli astri, ma il fatto sostanziale è un altro: l’intuito maschile è assai più spiccato di quello femminile, sopravvalutato dal luogo comune.
    ciao
    ml

    • germogliare ha detto:

      beh, anche loro sono artisti.
      pelle e materia, “candore epidermico”, merita un abbraccio speciale un bacio con schiocco 🙂
      di Paolo. credimi che a questo non avevo mai pensato.
      rifletterò molto sul tuo concetto del sopravvalutato. e comunque ci terrei a sapere di più di ciò che hai scritto nel commento.
      ciao

  19. harleyquinn86 ha detto:

    Molto bello.
    Mi è piaciuta tantissimo la descrizione della donna mediterranea “con forme generosamente delineate, bisbetica, docile, rude, tenera, roccia a tratti friabile”. Mi ci ritrovo 🙂 ed è bello, a volte, identificarsi in una storia, riconoscersi in qualcosa di più grande della nostra individualità. 🙂

  20. lillopercaso ha detto:

    Bellissimo per me il contrasto tra l’impiastricciarsi di colori e di vigore, e il segno di biro blu sulla mappa stellare.
    Tornerò per rileggerlo, e leggere i commenti.
    Ciao, e… auguri!!

  21. LuceOmbrA ha detto:

    Ciao morbida roccia friabile, che delizia leggerti! Sorrido e sospiro, mentre di dico che le stelle non sanno niente, sei tu che ti conosci e scegli…

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