Un interno privato

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Manuale di pittura e calligrafia, José Saramago

“Continuerò a dipingere il secondo quadro, ma so che non lo finirò mai. Il tentativo è fallito e non c’è miglior prova di questa sconfitta, o fallimento, o impossibilità, del foglio di carta su cui mi accingo a scrivere: un giorno, prima o poi, mi volgerò dal primo quadro al secondo e infine a questo testo, o salterò la tappa intermedia, o troncherò la frase per correre a dare una pennellata sulla tela del ritratto che S. mi ha ordinato, o forse su quell’altro, parallelo, che S. non vedrà. Quel giorno non saprò niente di più di quanto non sappia oggi (che i ritratti sono entrambi inutili), ma potrò decidere se sia valsa la pena di farmi tentare da una forma di espressione che non mi appartiene, anche se proprio questa tentazione significa, in fin dei conti, che non era la mia, in fondo, neppure la forma di espressione che ho finito per usare, per impiegare così meticolosamente, quasi obbedissi alle regole del manuale. Non voglio pensare, adesso, a che cosa farò se pure questa mia scrittura sarà un fallimento, se, da allora in poi, le tele bianche e le pagine bianche saranno per me un mondo in orbita a milioni di anni-luce dove io non potrò vergare neppure il minimo segno. Se, dunque, sarà un atto di disonestà il semplice gesto di prendere un pennello o matita, se una volta ancora, insomma (la prima non c’è mai stata veramente), sarò costretto a ricusarmi il diritto di comunicare o di comunicarmi, perché avrò tentato e fallito, e altre opportunità non ce ne saranno.

Mi apprezzano come pittore i miei clienti. Nessun altro.” (pag. 9)

“Malgrado le carenze or ora confessate, ho sempre saputo che il ritratto giusto non è mai stato il ritratto fatto. E non basta: ho sempre creduto di sapere (sintomo secondario di schizofrenia) come avrei dovuto dipingere il ritratto giusto, e sempre mi sono costretto a tacere (oppure ho creduto di costringermi a tacere, illudendomi così e rendendomi complice) davanti al modello inerme che mi si affidava, timido, o al contrario, falsamente disinvolto, con l’unica certezza del denaro con cui mi avrebbe pagato, ma ridicolmente spaventato dinanzi alle forze invisibili che pian piano si susseguivano fra la superficie della tela e i miei occhi. Solo io sapevo che il quadro era già pronto ancor prima di una qualunque seduta di posa e che tutto il mio lavoro si riduceva a mascherare ciò che non si poteva mostrare. Quando agli occhi, erano ciechi. Spaventati e ridicoli lo sono sempre, il pittore e il suo modello, davanti alla tela bianca, l’uno perché ha timore di vedersi lì denunciato, l’altro perché sa che non  sarà capace di fare quella denuncia o, peggio, ripetendosi, con la sufficienza del demiurgo castrato che si dichiara virile, che solo per indifferenza o per pietà del suo modello non lo farà.” (pag. 11)

Man Ray, con il quadro di "Mademoiselle H" 30 marzo 1954. Ph. Ida Kar

Man Ray con il quadro di “Mademoiselle H” 30 marzo 1954. Ph. Ida Kar

 

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Informazioni su germogliare

Io mi ricordo di ieri. Vigorosamente penserò a domani, alla gioia condotta da un giorno nuovo. Io mi nascondo dietro al bianco e nero. Minuziosamente raccoglierò le sfumature dei colori, per farne scorta. L’anamnesi mi appaga e mi strazia.
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