Storie di cuori di pietra e palle con la neve

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A tutti coloro che sanno comprendere il giusto peso del dolore e ne conoscono gli umori, anche a distanza. Grazie!
Ma. A gli assenti, i timorosi, i vigliacchi; quelli che hanno paura di “te, che hai il cancro”; quelli che torneranno quando starai bene; quelli che, mandandoti un sms o messaggio in una chat, si sentono che hanno fatto il loro dovere, facendoti sentire il calore umano; quelli che non vogliono disturbarti, ma ti pensano; quelli che: meglio non pensarci più! Ci ragiono su, confrontandomi con le persone con cui condivido parti di queste giornate. Giuro! Non vi dedico molto del mio tempo ( ho imparato che non vale la pena).

Malattia come metafora. Susan Sontag
-La mia tesi è che la malattia non è una metafora, che la maniera più corretta di considerarla – e la maniera più sana di essere malati – è quella più libera e aliena da pensieri metaforici-.

-Le metafore e i miti, ne ero convinta, uccidono (per esempio rendono i pazienti timorosi senza ragione contro misure efficaci come la chemioterapia e incoraggiano fiducia infondata verso cure del tutto inutili come le diete e la psicoterapia)-.

-….mi auguravo di indurli a considerare il cancro come se fosse solo una malattia, molto seria, ma pur sempre una malattia. Un fenomeno privo di “significato”. E non necessariamente una condanna a morte (una delle mistificazioni è cancro = morte )-.

-Non è il denominatore in sé a essere peggiorativo o rovinoso, ma il nome specifico “cancro”. Fin quando una particolare malattia viene trattata come un predatore diabolico e invincibile, e non come una semplice malattia, quasi tutte le persone che ne sono affette non potranno che demoralizzarsi apprendendo di quale male soffrono. La soluzione non consiste dunque nel non dire più ai pazienti la verità, ma nel rettificare la loro idea della malattia, nel demistificarla-.

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Informazioni su germogliare

Io mi ricordo di ieri. Vigorosamente penserò a domani, alla gioia condotta da un giorno nuovo. Io mi nascondo dietro al bianco e nero. Minuziosamente raccoglierò le sfumature dei colori, per farne scorta. L’anamnesi mi appaga e mi strazia.
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31 risposte a Storie di cuori di pietra e palle con la neve

  1. tramedipensieri ha detto:

    I tempi sono cambiati, la ricerca anche se lenta è andata avanti e il cancro non è così terribile come una volta. (…)
    L’informazione penso sia alla base per tutti. La verità sempre!

    un abbraccio
    .marta

    • germogliare ha detto:

      Mi faccio ” pubblicità progresso” , mettendoci la faccia e raccontando a modo mio, la mia storia con il cancro. Questo è quanto! Parlarne parlarne parlarne.
      La ricerca, ogni giorno va avanti, ma non tutti i cervelli.
      Un abbraccio ricambiato

  2. ilmondoatestaingiù ha detto:

    Cara, condivido (e non solo metaforicamente) ciò che provi. Penso però che la paura che giustamente sentiamo sulla nostra pelle incuta più terrore a chi la malattia non ce l’ha. E’ umano.
    Forse per questo, fin dall’inizio, l’ho sempre chiamato cancro, perché guardarlo in faccia aiuta a smitizzarlo, e quindi superabile.

    Un abbraccio forte, e a presto

    • germogliare ha detto:

      Caro, capisco ogni cosa a cui fai riferimento, ma, c’è un grosso ma che non mi permette di comprendere il fattore umano dal dis-umano. Lo spiegavo al mio gigante lontano: “c’è chi ha un muscolo e chi un cuore!”.
      A presto. Un abbraccio

  3. egle1967 ha detto:

    Tra il sopportare il dolore e l’avere coraggio non c’è identità, ma in entrambe i casi ci si scontra con la morte ed è necessaria una grande forza.
    Qui la dignità è la misura di ognuno di noi.
    Il bene giunge agli uomini sempre segnato dal dolore.
    E il dolore porta con sé la crudeltà della vita .
    E ognuno ha il suo metro di “misura” per sopportarla.
    Il tempo è prezioso e tu va dove ti porta il cuore.

    • germogliare ha detto:

      Il metro di misura “personale” del dolore! Eh, sì! Ragionavo da sempre, è specie in questi mesi, su come e perché certi individui reagiscono con “distacco” al dolore di altri (specie di chi gli è vicino). Non avevo mai pensato al “metro personale”, oh, sì, ma lo credevo esclusivo di chi vivesse la malattia e non

    • germogliare ha detto:

      (Sono poco chiara, il mio pensiero non è lineare.. )
      … e non, invece, di chi non fosse coinvolto in prima persona. Ma forse, di fronte a un evento qualsiasi, ci sentiamo comunque di prendere una posizione, può essere anche di distacco, sempre una posizione è.
      Ora conosco la preziosità del tempo, bella donna!

  4. lapodelapis ha detto:

    La malattia è come la miseria, non la vuol vedere nessuno.

  5. La paura è umana, fa parte di noi, di noi tutti; la malattia fa paura e finché non la si deve affrontare, finché non ci sfiora da vicino o non ci tocca in prima persona, si preferisce ignorarla, proprio perché fa paura. E la paura, lo sappiamo da sempre, si combatte con la conoscenza, anche nel caso della malattia. Chi divulga ha coraggio e fa del bene a tutti quelli che vogliono e/o sono costretti a conoscere. Io sono molto grata e ho grande rispetto per chi con il suo esempio ha coraggio e mi permette di conoscere. Sempre.

  6. LuceOmbrA ha detto:

    Credo che non ci sia malattia peggiore che quella di non avere un cuore. Tu sei una donna con un cuore grande così, col coraggio di esporti per quello che sei. Bella, nella tua forza e nella tua fragilità. Il tuo splendere ci aiuta tutti lo sai? Anche se sei malata di cancro sei sana di cuore e questo mi fa venire voglia di sperare ancora. Grazie che ci sei. Ti abbraccio.

    • germogliare ha detto:

      Ogni volta che faccio gli esami al cuore, mi dicono che è sano. Almeno quello! E io rispondo sempre con una frase che diceva nonna Idea (Adina): ” Noi teniamo

    • germogliare ha detto:

      ” Noi teniamo lu core bone!!!”
      (l’ho un po’ italianizzato).
      Ti ringrazio per le belle parole che mi regali, ma non saprei fare diversamente da come faccio. E riguardo al cancro, come ripeto ancora, raccontandomi è esclusivamente “pubblicità progresso”.
      Mi stringo all’abbraccio.

  7. il barman del club ha detto:

    Le parole spesso hanno significati molteplici passando dalla paura alla felicità, e trasformano chiunque da tutti i punti di vista. Difficile capire la reazione perché ognuno di noi applica le proprie condizioni psicologiche in mille maniere diverse. Così capita di sentirsi soli anche in mezzo alla gente o al contrario di sentirsi infinitamente accompagnati nella propria solitudine

  8. guido mura ha detto:

    Stavo leggendo materiali sulle malattie nell’Ottocento e pensavo che con ogni probabilità, se fossi vissuto allora, forse sarei morto già da piccolo o da ragazzino. Per fortuna la scienza è andata avanti, ma certe malattie fanno ancora paura, avvolte come sono da un alone scuro o da una tradizione nefasta. Ci sono ancora troppe patologie assolutamente incurabili, che non sono entrate nella letteratura e nel cinema. Per fortuna il cancro comincia ad apparire come una delle molte malattie di cui tanti possono dire “l’ho avuta”. Chissà se veramente, tra qualche decina d’anni, potremo veramente considerare la mortalità precoce a seguito di malattie come una caratteristica del passato. Bisognerebbe dedicare più spazio e fondi alla ricerca, anziché preoccuparci dello sfruttamento degli ultimi giacimenti fossili sulla terra o delle riserve di uranio, impegnandoci in guerre dispendiose e inutili, per scelte che alla fine si riveleranno anche antieconomiche.

    • germogliare ha detto:

      Guido, non a caso ho riportato dei pezzi del testo che la Sontag ha scritto nel 1972. Lei, grande lottatrice e attivista delle problematiche sociali (ad esempio quelle riguardanti le donne ma mai definitasi femminista), ha vissuto sulla sua pelle due volte il cancro (in ultimo si è arresa). Eppure, ecco, le sue parole sono ancora attuali. Sono passati quasi 50 anni!!! Molto è cambiato ma ancora tanto si potrebbe fare. Giro per gli ospedali, pubblici, privati, convenzionati, la differenza c’è, ma è nelle menti e nelle mani di chi dirige questi posti. Evoluti in pochi, obsoleti in molti! Sarò retorica ma: “è un gioco di potere”, e di apertura mentale, aggiungo io, non è una questione di soldi e neanche di tempo.

  9. rodixidor ha detto:

    Io appartengo agli “assenti”, gli incapaci di darti una pacca sulla spalla, una parola di conforto, starti vicina, informarsi sul procedere, preoccupati di sembrar fuori posto, di crear solo nuovo dolore cercando le parole giuste. Aspetto, non so fare altro.

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