Loretta and me

Bolognano – Loretta and me

E come impressa su quella lamiera laccata, le nostre storie si erano fuse. Storie di donne, generatrici di vita che rincorrevano l’ideale di amalgamare uguaglianze sparse.  L’arte era lo stimolo, non meno della maternità, contornate di ferite, noi pronte a rimarginare, inventandoci unguenti ancora da sperimentare.

 

 

 

 

 

MELODY GARDOT - NORAH JONES – NEW YORK

 

E come quella notte che dovevamo chiudere con il lucchetto, per serrarlo, e non far correre in strada il nostro affetto, intriso di buonumore, ora stringo nelle mani il biglietto per riabbracciarti domani.

Settembre

Settembre – quando basta un mese a segnare una vita

E come può il tempo, ingiallire le foglie, noi ridaremo colore ai nostri occhi, a chi ci guarda.

??????????

Niagara Falls Canada – Buffalo USA – Via New York

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thoughts on art and butterflies

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Butterfly Conservatory Niagara Parks

Non passa giorno che dall’Italia non arrivino tristi o brutte notizie. Penso già al mio rientro e, giuro!  Mi viene un attacco di depressione.  Escludendo i giganti, cane, qualche fata, un paio di folletti e il castello con l’orto, neanche più l’amore per l’arte, l’Adriatico e l’Appennino riescono a farmi stringere di nostalgia il cuore.  Ci allontaniamo tutti su zattere alla deriva, con il rischio di disperderci per non avere il coraggio di sacrificarci al meglio, perché il meglio, oggi, rappresenta la banalità.  E, scusatemi, ma io, alla banalità, ho detto no una vita fa.

La visita alla casa delle farfalle è stata una situazione magica, non posso garantivi che visitandone una, in Italia ce ne sono di diverse, possiate catturarne tutto il benessere che ne ho avuto io, la mia era fatta di complicità privilegiate. Ve lo auguro.

p.s.

e anche per oggi ha nevicato, ma ora c’è il sole!

 

Are you really sure that a floor can’ t also be a ceiling? Liesbeth Bik e Jos Van der Pol, duo olandese, lavorano con il nome Dik Van der Pol. Opera vincitrice dell’ Enel Contemporanea Award 2010, con cui fu inaugurata una nuova ala del Macro di Roma.

Il contenitore – Abbiamo voluto dare vita a un ambiente che fosse come una seconda atmosfera. E quindi cercato un modello architettonico che esemplificasse la nostra idea; siamo così approdati alla Farnsworth House di Mies Van der Rohe: la casa di vetro nel verde icona del modernismo che fu costruita nel 1951 a ridosso di un fiume nell’ Illinois e ora, malgrado sia soprelevata, in pericolo per le continue inondazioni legate all’ aumento dell’ urbanizzazione. Abbiamo voluto lavorare secondo un’ idea di riciclaggio delle idee, ri-guardare le cose, anche artisticamente parlando.

Le farfalle - È un miracolo della vita che si concretizza e si ripete in poche settimane, con una trasformazione che ha del miracoloso…. Il centro di queste riflessioni è l’ idea di trasformazione, di metamorfosi. Le farfalle non sono mai davvero quello che sembrano e sono sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’ altro.

In fondo il lavoro di un artista non è diverso da quello di un cantastorie. Creare un’ opera è come gettare un sasso in uno stagno: si fa conto su una propagazione di significati, su un effetto-eco. Magari non subito, ma un giorno qualcuno potrebbe pensarci ancora. E finalmente dire: eccolo, il senso.

Are you really sure that a floor can’ t also be a ceiling? Sei proprio sicuro che un pavimento non possa essere anche un soffitto? è una citazione di Escher.

 

Madame Butterfly – David Cronenberg – 1993

Poor Butterfly - Sarah Vaughan

Song Liling (John Lone)Sai perché le donne a teatro sono interpretate dagli uomini? Perché in Cina solo gli uomini possono decidere come può muoversi una donna.

René Gallimard (Jeremy Irons) - Io faccio ridere la gente… ho fatto ridere la Francia intera… Ma se solo poteste capire, non ridereste affatto. Potrebbe essere il contrario: uomini come voi dovrebbero bussare alla mia cella e implorarmi di rivelare i miei segreti. Perché io, René Gallimard, ho conosciuto e sono stato amato dalla perfezione fatta donna…  Da tanti anni ho una visione dell’Oriente: donne esili, coperte da kimono, che muoiono per amore di immeritevoli diavoli stranieri. Donne nate e allevate per diventare compagne perfette, donne che sopportano qualunque punizione da noi inflitta, amanti ideali e pronte a tornare al loro posto, sostenute da un amore incondizionato. Anime candide e rare. Questa visione è diventata per me ragione di vita. Il mio errore è stato semplice e assoluto. L’uomo che amavo non era degno, non meritava nemmeno un altro sguardo. E invece gli ho dato il mio amore, tutto il mio amore. L’amore ha ottenebrato il mio giudizio, accecato i miei occhi, tanto che ora, guardando nello specchio, io non mi vedo. Ho una visione dell’Oriente. Vedo che dentro i suoi occhi a mandorla ci sono ancora donne, donne disposte a sacrificare la propria vita per amore di un uomo, anche di un uomo il cui amore sia assolutamente privo di valore. Morire con onore è meglio che vivere nel disonore. Così, alla fine, in una prigione, lontano dalla Cina, io l’ho trovata. Mi chiamo René Gallimard, conosciuto anche come Madama Butterfly.

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La mattina dopo, svegliandomi, niente lacrime niente pianti

Ernesto_Manera_04 (1)Ho finito per non credere più a ciò che legava la mia anima al mio corpo. Il colore si andava sciogliendo e i pensieri dissolvendo. “Resta!”,  mi dicevo, “Potremmo provare ancora a sperare, se uniti”. Ma. Il muro che continuava a chiudersi, tra me e quella realtà, diventava invalicabile se vista frontalmente.

 

 

 

 

 

 

 

Ernesto_Manera_08“Andiamo! Non vorrai scoraggiarti?”, mi disse.  “Andiamo, abbracciami!”, pensai. E fece di più, a sua scelta, senza aspettare risposta, mi regalò parole, parole pubbliche che tanti non poterono più fare a meno di udire.

 

 

 

 

 

Che siano le mie paure dei lupi e della notte, a impedirmi di riempire quel piatto vuoto da tempo? Il vento piegava le cime degli alberi, trascinandosi dietro, strappi di luce e macchiando di ricordi il mio vestito.

Ernesto_Manera_09

Ho lasciato scorrere l’acqua, ho unito le mani a conca, sotto di essa, e ho bevuto, dissetandomi  dalla mia stessa carne.

Ernesto_Manera_10Artist – Ernesto Manera Kipling Gallery

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Proceed along 400 Street and turn right

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Scesa dall’auto lo scenario era piuttosto straordinario, con la luce tenue del tardo pomeriggio i contorni delle case di legno si presentavano ammorbidite. Le facciate, come fossero dipinte ad acquerello, in cui la gamma del rosso, la maggiore rappresentata, arrivava all’avorio e passava al celeste, definendosi in una geometria regolare. La vegetazione, per niente timida, e dalle mani dell’uomo, disegnata nelle forme, appariva composta di una maniera eccitata nella creazione, in un acrilico materico, le macchie, di tutti i verdi possibili, erano intersecati da rosse terre bruciate e schizzi da tavolozza per i fiori. Il cielo a china, blu Prussia, che l’acqua, inavvertitamente in preponderanza, alleggerendo il peso del pigmento lo rende trasparente, vetro cattedrale, in bellezza.  Il cinguettio degli uccelli m’indicava che lì ogni casa era accogliente, ognuno, indisturbato, a sera, si ritirava nel suo nido, e se il loro era sul ramo dell’albero del marciapiede, uguale a quello nel bosco era la pace ricevuta. E mi resi conto della fortuna che avevo avuto a trovare ospitalità in quella casa, in cui le risa dei bambini erano a segnare i tempi, lo svolgere delle abitudini domestiche di tutti; mentre, esclusivo per gli adulti quello dell’odore del caffè.

Non so perché, forse per la possibilità data in armonia, ma dopo qualche mese cominciai a pensare a una casa tutta mia, in cui trasferire le vecchie abitudini trasportate e inserirne delle nuove, acquisite in quella dimensione. Giravo per le strade, osservando le abitazioni, oramai, solo pensando a quale sarebbe potuta essere la mia. Anche nella visione passeggera, per quell’attimo percepito, focalizzavo un particolare adatto al mio bisogno. Spesso era la localizzazione stradale, quelle in saliscendi le preferivo,  mi affascinava la vicinanza alla città ma adoravo la campagna a nord, o gli alberi piantati intorno alla casa; altre volte il colore dei listelli di legno, o l’emergere di quelle vetrate che portavano in casa la vegetazione con tutti gli abitanti del bosco, o ancora, il capanno degli attrezzi che già vedevo studio, riempito di tele sul piano del fienile.

L’Italia era lontana, da lì, ciò che era stato lasciato pareva appartenere a un’altra vita. I silenzi, impregnati nei colloqui taciuti, si dissolvevano portati dal vento dei mari del nord, e il mattino presto, quando l’insonnia mi conduceva al risveglio dell’alba, voilà, nessuna traccia impressa sul mio viso, di quei cupi pensieri serali, fatti d’infinite domande senza risposte, evase come il volo di farfalle.

Il signore con il cappotto cammello, si offrì, con un fare cortese d’altri tempi, di accompagnarmi in visita a negozi adatti alle mie necessità del momento.  “Prima andiamo a pranzo!” dice, lasciando a me la scelta del ristorante, scelgo, ed ecco che ha da dire la sua, che avrebbe voluto un locale più alla moda per il nostro primoincontro. L’illuminazione mi sembrava condurre una sottile intimità, eccessiva, per quell’appuntamento primo, piatto, che non sarebbe arrivato al secondo, né tantomeno al dolce. Fuori. Seguendo un’ampia strada, libera, attraversammo le montagne locali, piccole colline, pensando al massiccio a protezione della mia casa e al vicino gigante dormiente, a cospetto dell’adriatico.

Gli occhi bruciavano e la gola la sentivo irritata (sono allergica alla polvere e alla muffa), la gentilezza del signore con il cappotto cammello m’inibiva nel dirgli che quel posto era sbagliato per me. Non volevo sembrare scortese, ed era impossibile nascondere la sua ricerca di volermi conquistare in tutti i modi. Anche con gli occhiali scuri e disquisendo sullo stato socio-culturale-economico italiano, facevo un poco fatica a distrarlo (accidenti a me che avevo messo la gonna con gli stivali alti). Calcolava le distanze, il signore dal cappotto cammello, per avvicinarsi e sfiorami ora il fianco, ora la spalla, ora il gomito e condurmi verso di lui che con l’altra mano aperta a offerta, indicava i pezzi esposti nel mercato. Ma. Non aveva nulla davanti a sé che io desiderassi. “Non offrirmi l’anello antico, non il piatto cinese di un’epoca cancellata”, avrei voluto dirgli. Sì, un caffè canadese corto, lungo, se concepito italiano, con poca crema e senza zucchero, lui questo non me l’ha chiesto ed io non l’ho richiesto, trattenendomi la voglia per casa, come la pipì. Pure continuava a girare a zonzo, in quello spazio dall’odore di soffitta consacrata. Fuori. Il primo giorno di sole caldo, da quando era arrivata. “Aprite queste porte e le finestre, se ci sono, andate all’aria!” Porta Portese rappresentava il paradiso, al momento. Tuttavia seguivo quell’uomo gentile. Mette tra le mie mani una marmellata di Bakeapple (Cloudberry). “Portala in Italia! Un ricordo.” La mia vita sarebbe stata più divertente se non avessi avuto problemi con le allergie.

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Malumori e incontri inaspettati. Felicità e incontri sperati

Il mio amico giardiniere (Dialogue avec mon jardinier), 2007, di Jean Becker

“Questa mostra, la trovo un po’, ecco: nebulosa. Sa cosa mi ha detto di recente un mio amico?”  ”Sono ansioso di saperlo.” “Mi ha detto : quando c’è nebbia, non c’è molto da vedere!” (Daniel Auteuil ed un visitatore di una mostra di pittura)

“Ma non guardi mai la tv, non leggi? I posti di lavoro sono come le tigri : sono in via di estinzione!”  (Jean-Pierre Darroussin e Daniel Auteuil)

Kinky Boots – Decisamente diversi (Kinky Boots) , 2005, di  Julian Jarrold 

Cosa saresti disposto a fare per salvare l’attività di famiglia? (frase di lancio del film)

Ispirato ad una storia vera. Nel Northamptonshire, una tradizionale fabbrica di scarpe inglesi ha trasformato la sua produzione dedicandosi alle calzature per travestiti, pur di salvare l’azienda familiare e posti di lavoro dei locali.

Lista d’attesa (Lista de espera),  2000, di  Juan Carlos Tabio

Come, un brutto imprevisto, possa sconvolgere il normale svolgere della vita quotidiane e regalare una prospettiva nuova di visione di vita.

 

Quando la notte, 2011, di Cristina Comencini

Essere madre, essere sola, vivere una notte d’amore e aspettare, nella lentezza del tempo, che ritorni.

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oggi ma era ieri, fuori da questa realtà

??????????E anche per oggi ha nevicato. Ma. Ieri c’era il sole, ve lo giuro!  Che dopo aver finalmente finito il murales, ho fatto un lungo giro in bicicletta, sul marciapiede, zigzagando tra passanti e bambini in festa: Thank you!; You’re welcom!; Enioy day!; Not at all!; It’s ok!  Gli scoiattoli attraversavano la strada, velocissimamente con priorità di passaggio, e poi gli uccelli colorati, sui prati a beccare tra le aiuole, finalmente fiorite, e pure un coniglio e due lontre (no, le oche non le ho viste, erano volate altrove), così per un breve attimo ho pensato di essere Alice’s Adventures in Wonderland; mentre Ariel la lasciavo nuotare a casa nello spazio tutto suo e della Principessa che la ospita.

??????????Ho pensato tante volte, in questi giorni, a quanto sono fortunata a saper dipingere, nel senso di conoscere bene le tecniche pittoriche e usarle indistintamente, all’occorrenza. Quest’arte mi ha aiutato negli anni a conservare una parte sana di me che non si è dissolta nel tempo, anzi è rimasta integra. Quella parte che mi fa dimenticare di avere passato i quaranta da un po’, perché dipingendo mi isolo con i colori, il tempo è sempre quello, magicamente incontaminato da strutturazioni umane, in progressivo divenire esclusivamente per il pensiero proprio, tenendo fuori margine l’esterno. E. Permettendomi il doppio piacere nel creare e nel ricevere, offrendo un sogno richiesto.

ca-cuoreF. – …siamo fuori da questa realtà, ma apparteniamo a quel mondo pensato da qualcuno eccelso che mai considerava questa misera trasformazione… ogni tanto un soffio di alito elevato riesce a darsi vita e così usciamo noi fortemente incomprese, perché tropppo sublimi!!!!

lo scoiattolo che sgattaiola

lo scoiattolo che sgattaiola

P.s.:

Prometto che un giorno diventerò grande! E imparerò a non commuovermi per un’Apple pie whit vanilla ice cream, ricevuta.

 

 

 

 

Karima Feat Mario Biondi – Come in ogni ora – Amare Le differenze

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in una notte di luna piena diventò una stella

Connie Imboden

Connie Imboden

5 giugno, 6:35 a.m.

E diventò una stella, con la luna piena la riempì di baci, leggeri, sfiorandole in progressione meticolosa ogni centimetro di pelle, e quando questa si fece incandescente, lui si fermò su di lei senza indugi, come quando si arriva a destinazione, dopo un lungo viaggio. Penetrando quel territorio inesplorato, facendolo proprio all’istante. Lui la destinazione la sapeva, pur non  conoscendone la forma, né l’odore, né il nome e nemmeno un poco gli importava, questi erano dettagli superflui, era certo che l’avrebbe riconosciuta. E lei era ad attenderlo, aspettava che lui arrivasse, pur non conoscendolo nella forma, né nell’odore, né nel nome e nemmeno un poco le importava, questi erano dettagli superflui, era certa che l’avrebbe riconosciuto.

6 giugno, 11:45 p.m.

E le restava ancora addosso il calore del corpo di lui appiccicato al suo.

 

Pina Bausch – The Man I love (Gershwin)

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That’s what I do

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Ieri è nevicato ancora, le previsioni lo dicevano, ma io avevo creduto bene di non fidarmi, in Italia sbagliano sempre. ”Neve nel pomeriggio, 4:00 p.m.”, ma dai figurati! Esagerati, danno anche l’ora precisa… per favore… La mattina, con l’uomo di casa decidiamo di andarcene in piscina, facciamo vacanza, ecchisenefrega, prima il piacere, il resto può attendere. Fuori un timidissimo sole, l’aria è quasi tiepida, sono due giorni che vedo uccellini in giro per i prati a beccare cibo, gli scoiattoli e le oche li avevano preceduti al primo cambio climatico, li vedo accogliere i piccoli volatili come a indicare dov’è il buon conservato sotto la neve e ora svelato.  La gente per i marciapiedi con i cani al guinzaglio in una mano e il caffè nell’altra; i solitari in tuta, e la musica nelle orecchie; le comunelle a passeggio, chiacchiereccio di lingue di un mondo globale.

In piscina.  I movimenti riscaldano i muscoli, fino ad arrivare alle ossa, l’acqua diluisce i pensieri e stempera la mestizia. A rana, con la bocca immersa e solo le narici fuori per respirare, muovo il meno possibile quell’acqua nella vasca, che c’è poca gente e vorrei sembrasse un quadro a olio con le onde che si alzano come la materia colorata, morbida, prima dell’asciugatura. A delfino, con gli occhi aperti, giù a toccare il fondo, cercando di salire in fretta su con il fiato a finire, fuori, respirando a pieni polmoni mentre i capelli ricadono sul volto a disturbarmi la vista e farmi sentire sirena. Insieme in ammollo, lasciandoci cullare dalle bolle, il vapore che sale, ci guardiamo ridendo, girandoci a osservare le vetrate, increduli, la neve, fiocca che pare un film di Natale in montagna.  Sono le 11:00 a.m., lo dicevo io che ‘sti canadesi tanto precisi non sono.  Uscendo portiamo quel buonumore a casa, lo facciamo salire in macchina, giurandoci reciproca tutela a custodirlo per farlo perdurare. L’uomo di casa dice che erano anni che non si vedeva tutta questa neve ad aprile, lui non se la ricorda una primavera capricciosa simile. Eh certo, le nostre risa passeranno alla storia, insieme alle nevicate di aprile.

E allora guardo quelle foto scattate nei giorni trascorsi, in cui anche lì dove sono impresse temperature che scendono sotto lo zero, a vederle oggi paiono condurre tepore.  Ripenso alle cose dette qui, sparpagliate, raccolte in cumuli di più vite per farne un’unica storia; alle telefonate che attraversano l’oceano, facendomi stringere a pugni le mani, mentre percepisco la carezza sulla testa e un bacio sfiora la guancia; a quelle che fanno più vicinanza, pur sperdute per le vie nella grande mela; e scendono delle lacrime.  Sarà la febbre, sarà l’arrivo del ciclo, noi donne la risposta la conosciamo sempre, ma sappiamo anche camuffarla in altre rilevanze. Così oggi mi tengo gli occhi gonfi e i capelli arruffati stretta nel mio lungo cardigan di lana mélange, tirando su il colletto a scaldare il collo, che i capelli, pur essendo tanti e lunghi, più della partenza, non bastano al bisogno.  E l’uomo di casa mi chiede di uscire, di coprirmi e seguirlo. “Devo proprio?”. “ Devi! “ . E’ grande e grosso. Sorride rivelandosi nella mia stanza a metà, da dietro la porta, un occhio solo vedo, da sembrare di un irresistibile cretino, ma anche no, e certo non posso rifiutarmi. “Si va a prendere il pranzo. Scegli!”, mi chiede, ha già scelto in verità. Torniamo che il tavolo è apparecchiato. Aragoste e vino. Oggi festeggiamo! I lacrimoni scendono copiosi a temporale, tiro su con il naso (ops! E’ colpa del raffreddore). Gelato con le fragole. Sorrisi. Io. Un bacio con schiocco. Lui. Una pacca sulla schiena. “Thank you! You have a good heart man”.  E allora ripenso a quell’Italia lontana, io oggi pronta a lasciarla, che solo due giganti e il loro cane, qualche principessa e poco altro porterei sulla mia arca per attraversare ancora l’oceano. E mostrare come sia possibile provare a realizzare l’inimmaginabile, quando sai che c’è qualcuno pronto ad aspettarti per accoglierti con un sorriso quando ti girerai; non chiedendo nulla in cambio perché, ti dice, c’è un amore che non chiede pegno giacché è naturale, di natura, forza generatrice.

Barbra Lica – My Romance

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Saper ascoltare il battito del cuore non richiede una buona vista

1evgen bavcarL’arte di ascoltare i battiti del cuore

Jan Philipp Sendker

“Una volta mi sono arrabbiato con un giovane monaco e poco dopo sono andato a finire sul fuoco in cucina. Non avevo sentito il crepitio, né l’odore. L’ira mi aveva annebbiato i sensi. Il problema non sono gli occhi o le orecchie, Tin Win. E’ l’ira che rende che ciechi e sordi. E’ la paura che rende ciechi e sordi. L’invidia, la diffidenza. Il mondo si atrofizza, si  disgrega, se sei arrabbiato o se hai paura. Tanto per noi quanto per chi ha gli occhi. Solo che chi ha gli occhi non se ne accorge.

Tin Win si avvicinò a tentoni alla pagoda. Era inciampato molte volte lungo la strada, come se gli avessero messo in continuazione  pietre o bastoni davanti ai piedi, e ora sperava che gli fosse risparmiata la vergogna  di cadere faccia a terra  sotto gli occhi di Mi MI. Dal rumore del bastone capì di essere arrivato davanti alla pagoda e si sedette davanti a lei.  Poi sentì il cuore di Mi Mi battere, e più batteva più lui si calmava. Non riusciva a immaginarsi un suono più bello. Era diverso da tutti gli altri cuori, più dolce, melodioso. Non batteva, cantava.

evgen bavcar

Pensò a come trovare Mi Mi fra tutti i chioschi e le bancarelle e in mezzo a tutta quella gente , la mattina dopo. Dalla descrizione di Su Kyi, si immaginava il mercato come uno stormo di uccelli che si riversa su un capo. Un labirinto di voci, rumori e odori. Si starà stretti pensò, e tutti si accalcheranno e spingeranno, nessuno farà attenzione agli altri. Stranamente, benché fosse così schivo, la cosa non gli faceva paura. Era certo che avrebbe trovato subito Mi Mi. L’avrebbe riconosciuta dal battito del cuore. Avrebbe seguito il suo odore.

Ci sono cose che le persone che vanno per il mondo su due piedi non possono capire. Credono  che si possa vedere soltanto con gli occhi. E credono che le distanze si possono superare solo con i passi.

evgen

Ogni giorno Tin Win familiarizzava un po’ di più col mondo. Grazie alle descrizioni di MI Mi riusciva  a catalogare suoni e rumori e a collegarli a oggetti, piante e animali. Imparò che il battito delle ali della farfalla dalla coda di rondine  è più forte di quello della farfalla monarca; che le foglie di gelso nel vento hanno un rumore diverso da quelle della guaiava; che il rumore prodotto dalle mascelle di un tarlo non può essere confuso con quello di un bruco; che lo sfregamento delle zampe posteriori provocava un suono diverso per ogni mosca. Imparò daccapo l’alfabeto della vita.

Lui le accarezzò i piedi, le dita che sfioravano le dita, scivolando sulle unghie, sulle ossa minuscole, sulla pelle tesa, sulle caviglie. Poi su per i polpacci, fino alla longy, e di nuovo giù. Una volta. Due volte.  Mi Mi cominciò a tremare per tutto il corpo. Sollevò i fianchi tirandosi poco più su la camicia, prese la mano di lui e se l’appoggiò sulla pancia nuda. Il cuore le batteva, non in fretta, ma forte e potente.

e bavcarL’unica forza contro la paura, Tin Win, è l’amore. E contro la paura dell’amore, U May?

Lui sentì il respiro di lei diventare più affannoso. Cercò il suo ombelico. Fece scivolare le dita sul corpo, senza toccarlo. Fra le punte delle dita e la pelle di lei c’era una distanza più eccitante  di ogni contatto.  La mano avanzò a tentoni , lentamente, sotto il longy, finché non sentì i peli del pube.  Tin Win si inginocchiò, Mi Mi vide che il longy gli si tendeva sui fianchi come una piccola tenda, si spaventò. Non per quello che vedeva , non per le dita di lui sulla sua pelle, ma per il piacere che provava, e perché sentiva il respiro e il cuore affrettarsi sempre più e crescere di intensità.(…) Gli sembrava di spiare attraverso una fessura nel grembo del mondo.

Che c’è di più prezioso degli occhi? aveva chiesto Stuart McCrae prima delloperazione, dandosi subito la risposta. Niente. Conosciamo solo quello che vediamo.

Si comportavano come se lo stessero liberando da una prigione. Come se esistesse una sola verità. Tin Win si chiese se avessero mai sentito un cuore cantare. L’avrebbero riconosciuto? Cosa avrebbe detto loro uno scroscio di pioggia? Che avevano bisogno di un ombrello?

bavcar_1bPensò a U May. “L’essenziale è invisibile agli occhi” gli aveva detto, mettendolo in guardia. Dobbiamo imparare a comprendere l’essenza delle cose, la loro sostanza, e per fare questo gli occhi ci sono più d’impedimento che altro. Ci inducono a distrarci, e noi ci lasciamo abbagliare.

Bisogna per forza vedere il mondo? Tutti i sentimenti di cui noi uomini siamo capaci, l’amore e l’odio, la paura e la gelosia, l’invidia e la gioia, li può trovare in questo villaggio, in ogni casa, in ogni capanna. Non c’è bisogno di cercarli. Basta solo Guardare.

Non tutto ciò che si può spiegare è vero, Julia (…) e non tutto ciò che è vero si può spiegare”.

Foto: Evgen Bavcar

…ogni tanto mi chiedo come fare per guardare oltre o come ascoltare i battiti del cuore. Evgen Bavcar è un fotografo non vedente. 
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Fino a quando ho la forza per volare

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Foto. Joel Robison joelrobison.portfoliobox.net

N.B. Passando con il cursore sulle foto, si possono bloccare.

4 aprile, 6:30 am

C’è una possibilità di elevazione afferrando una corda al volo.

Volevo restare da sola, uscii per fare due passi, presi l’ombrello, è utile in caso di pioggia.

Percepivo la sua presenza, sentivo il calore della sua mano, eppure appoggiando la mia testa sulla spalla, oltrepassavo la consistenza di quel corpo, lontano. Il nero si addice al lutto. Il nero è elegante. Sono belle le gambe nude di una donna, anche se tra i ricordi impolverati.

Come le oche, volevo confondermi con loro, unirmi a quelle presenze padroni del territorio con garbatezza.

Rosso, perché quel punto all’orizzonte sia distinguibile all’infinito, pur muovendosi portato dal vento.

“Mostrami la strada”, mi disse. “Ti mando pezzi di mappa, così che tu possa ricomporre il luogo per intero”, gli risposi.

Lascio accesa la luce…fino a che non si consumi.

For ever.

The maple leaf. Welcome  to Canada.

Nel corso del tempo le mie previsioni si sono rivelate giuste, è bastato un piccolo strappo a farmi scoprire una nuova realtà. E aprii gli occhi.

Non c’è motivo di preoccuparsi, le corde sono legate con il doppio nodo, è solido il ramo della fantasia.

Mi sedetti a terra a guardare quel mondo tanto grande di fronte a me, delineato solo da un unico segno di matita, c’era voluta una mano ferma per definire quei dettagli precisi senza cancellature.

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